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A few weeks ago, I had a one-day trip to Rome to attend the ceremony “Salute 5.0 – Le iniziative del Piano Nazionale Complementare al servizio del futuro digitale della sanità” hosted at La Sapienza University. During this event, the progress and future perspectives of the four initiatives funded by the Ministry of University and Research were presented. These initiatives focus on the development of innovative technologies and approaches in healthcare. The four initiatives were:
- D34Helath (Digital Driven Diagnostic prognosis and therapeutic for sustainable Healthcare), the goal of which is to develop digital and biological twins (virtual replicas of technological and biological systems), and to innovate the healthcare system through the digital technological transition;
- DARE Foundation (Digital Lifelong Prevention), which works to integrate and optimize the use of digital technologies in the healthcare process, such as prevention, surveillance, and early detection;
- ANTHEM (AdvaNced Technologies for Human-centrEd Medicine), the aim of which is to address the gap in healthcare for fragile and chronic patients by leveraging innovative, multidisciplinary technologies;
- Fit4MedRob (Fit for Medical Robotics), which focuses on the development and application of biorobotic rehabilitation and digital technologies for disorders affecting the nervous system.
What I found interesting while listening to these presentations is that all these projects are facing the same challenges, challenges that, after a year of my PhD, I’ve begun to recognize myself.
The power of multidisciplinarity. In order to achieve an impactful result in healthcare, it’s essential to integrate multiple and different disciplines: doctors, clinicians, physicists, engineers, computer scientists, data scientists, but also legal experts and ethicists must work together. This collaboration can sometimes be challenging. These professionals “speak different languages”, so learning to communicate clearly and effectively with one another is crucial to achieving the common goal of improving healthcare.
Multimodality: looking at disease from multiple perspectives. Since these projects involve multiple disciplines, different types of data are also required. It is precisely thanks to this collaboration that it becomes possible to access larger and more diverse datasets: images, signals, omics data, clinical scores, genetics data, and so on. The challenge lies in integrating all of this information: giving researchers the possibility to gain a more comprehensive view of the disease or condition under study. This growing volume of data also requires an adequate infrastructure, where data can be easily stored and accessed.
From research to clinical practice. All innovative technologies developed through research need to find applications in everyday life and clinical practice. For this reason, it’s also important to focus on designing strategies that facilitate the translation of these innovations from research into clinical reality.
Guiding changes. The reflection outlined above opens the door to another important issue: how can this integration be regulated? All these promising innovations must be accompanied by an appropriate political plan and reforms capable of supporting and guiding this transition.
The main character is the patient. As we continue our research, we need to remember who our work is for: the patients. Two keywords should always guide us: accessibility and equity. Everyone should benefit from these innovations. Therefore, one of our goals should also be to develop new technologies that are accessible to all, understandable, and easy for patients to use. Furthermore, it is important that this wave of healthcare innovation reaches the entire Italian territory, ensuring a widespread and inclusive impact.
Transparency: to trust or not to trust? Last but not least, there is another crucial issue to consider: transparency. Today, we have access to a growing amount of data of all kinds, but who is using it? And how? Even more importantly, we must ask what happens if a machine or an algorithm makes a mistake: who should be held responsible? The doctor? The software developer? All these questions highlight the need for clear and proper regulation of the use of these technologies. Above all, we must remember that these technologies cannot be used uncritically but must be employed in a safe and ethical manner.
Since I primarily work with wearable technologies (I’ll admit, I’m not exactly a BRAINgineer), these topics touch me personally. I often find myself asking: will my research have a real practical impact? Will all the patients who need it be able to benefit? I don’t yet have all the answers, and the road ahead is still long, but I truly believe that meetings like this provide a good starting point to lay the cards on the table and begin reflecting on the concrete solutions we can adopt to improve healthcare.
In the end, for those of us conducting research in this field, the goal is the same: to do something that leaves a mark. But we cannot do it alone.
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Innovazione nella sanità: domande aperte sul futuro digitale
Qualche settimana fa, ho fatto una gita in giornata a Roma per partecipare alla cerimonia “Salute 5.0 – Le iniziative del Piano Nazionale Complementare al servizio del futuro digitale della sanità” tenutasi presso l’Università La Sapienza. Durante questo evento sono stati presentati i progressi e le prospettive future delle quattro iniziative finanziate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che sono incentrate sullo sviluppo di tecnologie e approcci innovativi nell’assistenza sanitaria. Le quattro iniziative erano:
- D34Helath (Digital Driven Diagnostic prognosis and therapeutic for sustainable Healthcare), il cui obiettivo è sviluppare digital e biological twins (repliche virtuali di sistemi tecnologici e biologici) e innovare il sistema sanitario attraverso la transizione tecnologica digitale;
- DARE Foundation (Digital Lifelong Prevention), che opera per integrare e ottimizzare l’uso delle tecnologie digitali nei processi di prevenzione, monitoraggio e diagnosi precoce in ambito sanitario;
- ANTHEM (AdvaNced Technologies for Human-Ed Medicine) il cui obiettivo è colmare il divario nell’assistenza sanitaria per i pazienti fragili e cronici sfruttando tecnologie innovative e multidisciplinari;
- Fit4MedRob (Fit for Medical Robotics), che si concentra sullo sviluppo e l’applicazione di tecnologie biorobotiche e digitali per disturbi che colpiscono il sistema nervoso.
Quello che ho trovato interessante ascoltando queste presentazioni è che tutti questi progetti stanno affrontando le stesse sfide; sfide che, dopo un anno di dottorato, ho iniziato a cogliere anche io.
La forza della multidisciplinarietà. Per raggiungere un risultato d’impatto nella sanità è essenziale integrare molte discipline diverse: è necessario che medici, clinici, fisici, ingegneri, informatici, data scientist ma anche legali e filosofi di etica lavorino insieme. Questa collaborazione, a volte, può non essere facile. Queste figure “parlano lingue diverse”, imparare a comunicare in modo chiaro ed efficace tra loro è estremamente importante per raggiungere l’obiettivo comune di migliorare l’assistenza sanitaria.
Multimodalità: guardare la malattia da più prospettive. Poiché in questi progetti sono coinvolte molte discipline, sono necessari anche tipi di dati differenti. Ed è proprio grazie a questa collaborazione che è possibile avere accesso a dataset più ampi di diversa natura: immagini, segnali, dati omici, punteggi clinici, dati genetici etc. La sfida è riuscire a integrare tutte queste informazioni, dando ai ricercatori la possibilità di ottenere una visione più completa della malattia o condizione oggetto del loro studio. Questa crescente quantità di dati necessita anche di un’infrastruttura adeguata, dove i dati possano essere facilmente archiviati e accessibili.
Dalla ricerca alla pratica clinica. Tutte le tecnologie innovative sviluppate attraverso la ricerca devono trovare spazio nella quotidianità e nella pratica clinica. Per questo è importante concentrarsi anche sulla progettazione di strategie che favoriscano la traslazione di queste innovazioni dalla ricerca alla realtà clinica.
Guidare il cambiamento. Le riflessioni sopra esposte aprono la porta ad un altro argomento importante: come può essere regolata questa integrazione? Tutte queste innovazioni promettenti dovrebbero necessariamente essere accompagnate anche da un adeguato piano politico e da riforme in grado di sostenere e guidare questa transizione.
Il protagonista è il paziente. Nel proseguire la nostra ricerca, dobbiamo ricordare a chi è destinato il nostro lavoro: ai pazienti. Dobbiamo sempre tenere a mente due parole chiave: accessibilità ed equità. Tutti dovrebbero poter beneficiare di queste innovazioni. Pertanto, tra i nostri obiettivi dovrebbe esserci anche quello di sviluppare nuove tecnologie che siano alla portata di tutti, comprensibili e facili da usare dai pazienti. Inoltre, è importante che questa ondata di innovazione sanitaria possa raggiungere tutto il territorio italiano, garantendo un impatto diffuso e inclusivo.
Trasparenza: fidarsi o non fidarsi?. Ultimo ma non meno importante, c’è un altro tema cruciale da considerare: la trasparenza. Oggi disponiamo di una quantità crescente di dati di ogni tipo, ma chi li utilizza? E in che modo? Ancora più rilevante è chiedersi cosa succede se una macchina o un algoritmo commettono un errore: chi è da considerare responsabile? Il medico? Lo sviluppatore del software? Tutte queste domande evidenziano che abbiamo bisogno di una corretta e chiara regolamentazione sull’uso di queste tecnologie. Soprattutto dobbiamo tenere presente che non possiamo usare queste tecnologie in modo acritico, ma garantirne un impiego sicuro ed etico.
Dato che lavoro principalmente con tecnologie wearable (sì, mi avete scoperto, non sono propriamente una BRAINgineer), questi temi mi toccano personalmente. Spesso mi sono ritrovata a chiedermi: la mia ricerca avrà un impatto pratico reale? Tutti i pazienti che ne hanno bisogno potranno beneficiarne?
Non ho ancora tutte le risposte e la strada davanti è ancora lunga, ma credo davvero che incontri come questo rappresentino un buon punto di partenza per mettere le carte in tavola e iniziare a riflettere su quali soluzioni concrete possiamo adottare per migliorare la sanità.
In fin dei conti, per chi fa ricerca in questo campo l’obiettivo è lo stesso: fare qualcosa che possa lasciare un segno, ma non possiamo farlo da soli.


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