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This was the central question of the “Neuroimaging and Pathology Biomarkers in Parkinson’s Disease” course, which I attended on September 12–13. The event, organized by the Italian Society for Parkinson’s Disease and Movement Disorders (LIMPE-DISMOV), took place in Milan and brought together leading international experts in these conditions.
Neurologists and neuroscientists presented the most advanced neuroimaging techniques currently available, used not only for diagnosis, but also to evaluate treatment efficacy and to deepen our understanding of the biological mechanisms underlying Parkinson’s and Alzheimer’s disease.
One of the most discussed methods was Positron Emission Tomography (PET), applied to the study of neurotransmitters and receptors involved in Parkinson’s disease—such as serotonin, dopamine, noradrenaline, and acetylcholine—or used to investigate neuroinflammation and beta-amyloid deposition in Alzheimer’s disease.
A particularly engaging talk was given by Professor Angelo Del Sole, who presented on the use of beta-amyloid PET scans. This type of PET is widely used in the diagnosis of Alzheimer’s disease to detect the presence and extent of beta-amyloid plaques in the brain, a key hallmark of the condition. With our research group in Padua, we are contributing to this field thorugh the “Q-Amyloid” project by building the largest archive of beta-amyloid PET scans (around 8,500), with the goal of automating analysis pipelines and providing tools for clinical use.
Regarding Magnetic Resonance Imaging (MRI), one of the talks that struck me most was by Professor Stéphane Lehéricy, who discussed sequences sensitive to iron, such as Quantitative Susceptibility Mapping (QSM), as well as sequences sensitive to neuromelanin, such as TSE. Neuromelanin is a pigment found in the locus coeruleus (LC), a brainstem nucleus, produced through the metabolism of catecholamines like dopamine and norepinephrine. Loss of neuromelanin in the LC is considered a key feature of neurodegenerative conditions such as Parkinson’s disease.
Beyond the scientific excellence of the talks, I also had the pleasure of meeting young researchers who, like me, are studying Parkinson’s disease. Exchanging ideas with them was truly inspiring and opened the door to potential new collaborations.
Overall, it was an extremely enriching professional experience, one that will surely support and inspire my future research.
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Esistono biomarcatori di neuroimaging per lo studio in vivo delle malattie neurodegenerative, come il Parkinson e l’Alzheimer? E, soprattutto, come vengono utilizzati nella pratica clinica?
Questa è stata la domanda centrale della scuola “Neuroimaging and Pathology Biomarkers in Parkinson’s Disease”, a cui ho partecipato il 12 e 13 settembre. L’evento, organizzato dalla Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento (LIMPE-DISMOV), si è tenuto a Milano e ha visto il coinvolgimento di alcuni tra i massimi esperti internazionali di queste malattie.
Neurologi e neuroscienziati hanno illustrato le tecniche di neuroimaging più all’avanguardia oggi disponibili, utilizzate non solo per la diagnosi, ma anche per valutare l’efficacia dei trattamenti e approfondire i meccanismi biologici alla base di Parkinson e Alzheimer.
Tra le metodiche maggiormente discusse vi è stata la Positron Emission Tomography (PET), applicata allo studio dei neurotrasmettitori e recettori coinvolti nella malattia di Parkinson, come serotonina, dopamina, noradrenalina e acetilcolina, oppure impiegata per indagare la neuroinfiammazione e il deposito di beta-amiloide nello studio dell’Alzheimer.
Molto interessante è stato il talk del professor Angelo Del Sole sull’uso delle PET con traccianti per il beta-amiloide. Questo tipo di indagine viene infatti utilizzato nella diagnosi della malattia di Alzheimer per rilevare la presenza e l’estensione delle placche beta-amiloidi nel cervello, considerate uno dei principali marker della patologia. Con il nostro gruppo di ricerca a Padova nel contesto del progetto “Q-Amyloid”, stiamo contribuendo a questo campo creando il più grande archivio di PET scans con traccianti per il beta-amiloide (circa 8.500), con l’obiettivo di automatizzare le pipeline di analisi e fornire nuovi strumenti per l’applicazione clinica.
Per quanto riguarda la Risonanza Magnetica (MRI), tra i vari talk mi ha colpito in particolare quello del professor Stéphane Lehéricy, dedicato alle sequenze sensibili al ferro, come la Quantitative Susceptibility Mapping (QSM), e a quelle sensibili alla neuromelanina, come la TSE. La neuromelanina è un pigmento presente nel locus coeruleus (LC), un nucleo del tronco encefalico, che deriva dal metabolismo delle catecolamine come dopamina e noradrenalina. La perdita di neuromelanina nel LC è oggi considerata un marcatore importante delle malattie neurodegenerative, tra cui il Parkinson.
Oltre alla qualità scientifica dei talk, ho avuto il piacere di conoscere giovani ricercatori che, come me, stanno studiando la malattia di Parkinson. Confrontarmi con loro è stato stimolante e ci ha permesso di discutere nuove idee di ricerca da sviluppare insieme.
È stata quindi un’esperienza estremamente arricchente dal punto di vista professionale, che sicuramente darà un contributo importante ai miei studi futuri.


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